MENU DI NAVIGAZIONE

C’erano una volta le canzoni della Melevisione: ZIOPOL pubblica l’album “Canzoni della Melevisione”

Ziopol e le canzoni della melevisione

C’erano una volta le canzoni della Melevisione … e ci sono ancora. Per fortuna. Musiche e canzoni composte e pensate per bambini attenti e divertiti, con ritmi capaci di coinvolgerli, allora come oggi. Sono quattordici i brani che dalla notissima trasmissione televisiva che per una quindicina di anni ha affascinato i più piccoli con storie e personaggi da favola, anzi, da Fantabosco, che ZIOPOL (alias Paolo Serazzi) ha pubblicato nell’album Canzoni della Melevisione. Abbiamo chiesto a ZIOPOL qualcosa in più su questo progetto!

Come mai ha deciso di ridare voce a questi brani proprio ora?

Le canzoni della Melevisione non se ne sono mai andate davvero; sono rimaste nel cuore di chi le ha ascoltate da bambino e di chi le ha condivise con i propri figli. Questo primo album raccoglie quattordici brani nati per quella fortunata trasmissione che per quindici anni ha incantato i più piccoli con le storie del Fantabosco. Ma questo è solo l’inizio: il Volume 1 è il primo di una trilogia; a breve seguiranno altri due volumi.

Ascoltando il disco, si nota che questi brani risultano piacevoli e attuali anche per chi non è più un bambino. Qual è il segreto di questa “ricetta” musicale?

“Premetto che non sono stato l’unico compositore della trasmissione. La base di tutto è la stima che nutro verso i bambini. Non ho mai pensato che per loro si dovesse scrivere musica iper-semplificata; al contrario, ho sempre creduto che i bambini siano capaci di apprezzare la varietà dei ritmi e una certa complessità musicale senza preconcetti.

Volevo offrire loro il meglio, trattandoli un po’ da “grandicelli”. Questo approccio mi ha permesso di comporre musica che mi emozionava profondamente, e credo che questa spontaneità venga colta anche dagli adulti. Le canzoni devono essere allegre, orecchiabili, mai banali o ripetitive. La bellezza cercata è un valore assoluto, al di fuori delle logiche della classifica, perché quando le scrivevamo non stavamo pensando a fare un album, ma a servire la puntata del giorno dopo

Com’era il processo creativo all’interno di una macchina complessa come la Melevisione?

Era un lavoro corale straordinario. C’era uno staff di sette-otto autori di altissimo livello, vincitori di premi internazionali e scrittori di libri per ragazzi, che si confrontavano costantemente per creare testi che fossero divertenti e leggeri, ma allo stesso tempo profondi. Io chiedevo sempre di leggere la sceneggiatura dell’intera puntata prima di comporre: avevo bisogno di conoscere il contesto e i personaggi, che avevano caratteri molto marcati e spesso antitetici, come Fata Gaia, Lupo Lucio, la Strega Varana o l’Orco Bruno.

Ognuno di loro aveva una propria voce e una specifica estensione vocale, il che creava dei “paletti” creativi molto stimolanti. Un esempio è il brano “Orco romantico”, in cui l’indole del personaggio viene descritta fondendo il tango con arrangiamenti pop-rock.

Ziopol e le canzoni della melevisione

Lei ha accennato alla profondità dei testi. In che modo la musica si adattava a questi contenuti?

Il programma affrontava anche temi importanti come la paura o il dolore, e lo faceva con grande tatto. Leggendo i testi, mi facevo ispirare dall’atmosfera e dall’argomento e questo suggeriva le scelte degli arrangiamenti e degli strumenti.

Per esempio, in “Nuvole” ho scelto un valzer suonato quasi solo al pianoforte, mentre in “Frutta Magica” c’è un cha cha cha, o ancora un tango per “Orco Romantico” e sonorità pop-rock per altri brani. Ho cercato sempre l’aderenza tra testo e musica. Ho sempre evitato l’uso di campionamenti: la mia è una scelta stilistica che punta alla variazione, come la pennellata di un pittore, per un risultato non artificiale.

C’è una grande eterogeneità di generi nel disco. È stata una scelta fin dall’inizio?

Assolutamente sì. All’inizio forse gli autori non erano abituati a saltare così tanto tra i generi, ma io insistevo sul fatto che per i bambini sarebbe stato educativo. Nel panorama musicale odierno, spesso si presume che ai piccoli piaccia solo un certo tipo di “musichetta” sempre uguale; io volevo invece mostrare loro che esiste un universo musicale immenso.

Ho preso ispirazione da musicisti “per adulti”: in un brano intitolato “Viaggio”, ad esempio, c’è persino una citazione del “Valzer dei fiori” di Tchaikovsky inserita in un contesto pop. Credo che questo spaziare tra un genere e l’altro abbia anche una connotazione educativa, perché apre ad ascoltare cose diverse, a suggerire l’esistenza di un panorama musicale variegato e vastissimo. 

Dopo tanti anni, cosa rende queste canzoni ancora “fresche”?

Se dopo vent’anni queste musiche sono ancora attuali, è perché la qualità non ha scadenza. I bambini di oggi le apprezzano perché mantengono un approccio genuino, almeno fino a quell’età, sugli otto o nove anni,  in cui iniziano a perdere un po’ di quell’innocenza per diventare più consapevoli delle “cose da grandi”. Ma è la genuinità dell’approccio che le rende interessanti anche pe gli adulti. E anche i testi conservano la loro attualità.

Parliamo del live. Lei sta portando queste canzoni in concerto con una band di giovani musicisti. Che tipo di esperienza è?

La band è composta da ragazzi di circa venticinque anni che hanno visto la Melevisione da bambini. Non era scontato che accettassero, ma quando hanno sentito le canzoni ne hanno riconosciuto il valore musicale e ci divertiamo moltissimo a suonarle insieme. I concerti da ascoltare e da vivere e sono adatti a tutti: i bambini vengono accompagnati dai genitori e finiscono per divertirsi tutti allo stesso modo.

Non sono concerti didattici, ma educativi e vissuti e io cerco di far raccontare loro tante particolarità della musica. Un altro elemento è il ruolo dei bambini come protagonisti attivi. Il concerto non è una lezione calata dall’alto, ma un evento dinamico in cui la musica si adatta alle reazioni del pubblico. Lasciando “aperta” la struttura di alcuni pezzi, i musicisti seguono le reazioni dei bambini, rendendo la performance un momento di interazione e ascolto reciproco.

C’è un messaggio particolare che vuole trasmettere durante questi concerti?

Ci tengo tantissimo a trasmettere l’idea che si può sbagliare. Se durante il concerto capita un errore, lo faccio notare, perché è un messaggio che pochi danno ai bambini: “anche io sbaglio, non aver paura”. E poi c’è il tema della leggerezza, intesa nell’accezione di Italo Calvino: non superficialità, ma il saper planare sulle cose dall’alto senza macigni sul cuore. In fondo, gli adulti sono solo bambini cresciuti; certi meccanismi infantili lavorano ancora sotto la superficie, ed è un peccato disconoscerli.

In conclusione, cosa spera che resti a chi ascolta “Canzoni della Melevisione”?

Spero che passi il messaggio di non mortificare mai la propria parte bambina. Io stesso, nella vita adulta, cerco di conservare quella genuinità e se a qualcuno non piace, pazienza. I bambini imparano dall’esempio, non dalle parole: se vedono un adulto che vive con passione e onestà la propria arte, coglieranno quello. Oltre agli album, e ai concerti, l’idea è quella di portare questo spettacolo anche nelle scuole, perché credo che queste canzoni abbiano ancora molto da dire.

Intervista a cura di Paola Sammartano per Bimboinviaggio.com
Immagini: via Paolo Serazzi

Nota editoriale
Articolo realizzato dalla redazione di Bimboinviaggio.com secondo criteri editoriali e informativi. Eventuali riferimenti a iniziative, eventi o offerte sono inseriti a scopo informativo e non costituiscono messaggi promozionali diretti.